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Ottobre 5, 2026 by Giulia Calvaruso Qualificazione Fondimpresa 0 comments

Riconoscere le competenze nel lavoro che cambia

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Come rendere visibili gli apprendimenti maturati nel lavoro e collegarli allo sviluppo professionale?

Il lavoro, con una certa consuetudine, tende a cambiare mentre siamo impegnati a descriverlo. Arriva un nuovo gestionale, si automatizza una parte del processo, un sistema di intelligenza artificiale entra nelle attività quotidiane… e quello che fino a ieri sembrava un ruolo abbastanza definito comincia ad assumere altre forme. La persona è sempre la stessa, il titolo sulla firma della mail pure, ma nel frattempo sono cambiate le decisioni che prende, le responsabilità che esercita e le competenze che utilizza. Il mansionario, comprensibilmente, non ha ancora ricevuto la notizia. Per chi si occupa di formazione, questa distanza merita attenzione: come riconoscere ciò che le persone stanno imparando mentre il loro lavoro si trasforma?

È da questa domanda che parte il workshop del percorso Qualificazione per Fondimpresa «Governare il lavoro che cambia: dal riconoscimento delle competenze al processo IVC», in programma il 6 ottobre, dalle 15.00 alle 17.00. Il punto di partenza è il rapporto tra persone, tecnologie e organizzazione, perché introdurre un nuovo strumento significa anche interrogarsi su come viene utilizzato, da chi e con quale autonomia. Saper leggere un dato, capire se una segnalazione è attendibile o decidere quando intervenire può diventare parte del lavoro di qualcuno senza che sia stato convocato un incontro ufficiale per annunciarlo. Ed è proprio in questi passaggi, talvolta poco spettacolari, che emergono nuovi fabbisogni professionali e si costruiscono competenze. Pensiamo a chi, durante l’introduzione di un nuovo software, finisce per aiutare i colleghi a utilizzarlo. All’inizio risponde a una domanda, poi ne risolve un’altra, infine diventa il riferimento dell’ufficio, generalmente senza averlo richiesto e senza una cerimonia di investitura. Nel frattempo ha imparato a interpretare problemi, spiegare procedure e collegare esigenze diverse. Dire che «sa usare il programma» restituisce solo una parte di ciò che fa. In una stessa attività si incontrano competenze tecniche, digitali, organizzative e trasversali, che nella pratica collaborano con molta più naturalezza di quanto facciano talvolta nei nostri schemi. Leggere questa integrazione aiuta a capire che cosa serve davvero alle persone per svolgere il proprio lavoro e come la formazione possa sostenerle.

Il valore delle competenze passa anche dal riconoscimento

Una parte di ciò che sappiamo fare si costruisce nei percorsi formativi; un’altra prende forma nell’esperienza, affrontando problemi e assumendo nuove responsabilità. A questo secondo patrimonio capita di essere molto utilizzato e poco raccontato. Tutti sanno a chi rivolgersi quando qualcosa non funziona, ma spiegare quale competenza renda quella persona capace di intervenire è già un esercizio più impegnativo. Finché il contesto resta lo stesso, questa conoscenza implicita può sembrare sufficiente. Quando cambia il ruolo, l’organizzazione o il percorso professionale, riuscire a descriverla diventa importante. Per la persona significa poter dare conto di ciò che ha appreso; per l’impresa significa conoscere meglio le capacità su cui può contare e quelle che deve ancora sviluppare.

Qui entra in gioco il processo di Individuazione, Validazione e Certificazione delle competenze: per gli amici IVC, anche se l’amicizia con gli acronimi richiede spesso un piccolo periodo di ambientamento. Il suo senso è rendere riconoscibili gli apprendimenti maturati in contesti diversi e collegarli a riferimenti condivisi, e fin qui tutto diremo “perfetto!”. Individuare ciò che una persona sa fare, valutarne il riconoscimento e arrivare, quando ne ricorrono le condizioni, alla certificazione sono passaggi con funzioni distinte e non sono sempre facili da diffondere a soggetti e territori autonomi che caratterizzano l’Italia. Per ora ci interessa soprattutto la domanda che li tiene insieme: come dare valore a competenze che esistono e vengono esercitate, ma che rischiano di restare poco leggibili? Il riconoscimento può aiutare a renderle utilizzabili nelle scelte formative e nelle transizioni professionali, oltre il contesto in cui sono nate.

Per la community di enti di formazione qualificati, questa domanda arriva direttamente sul tavolo della progettazione della formazione. Comprendere ciò che le persone hanno già appreso permette di ragionare meglio su ciò che devono ancora imparare. Aiuta anche a interrogare l’obiettivo di un intervento: quale cambiamento vogliamo sostenere nelle attività e nelle responsabilità professionali? Aver frequentato un corso e saper utilizzare quanto appreso sono questioni collegate, ma distinguibili; il registro delle presenze, pur facendo dignitosamente il proprio mestiere, non può rispondere a entrambe. Nella formazione continua e finanziata, il rapporto tra sviluppo e riconoscimento delle competenze merita quindi spazio fin dall’inizio, perché riguarda la qualità dei percorsi e il loro valore per persone e organizzazioni.

C’è poi una questione che attraversa tutto il ragionamento: come mantenere riferimenti condivisi mentre il lavoro evolve? Gli standard professionali servono a rendere le competenze leggibili e confrontabili, ma devono riuscire a dialogare con attività che cambiano. È una tensione da affrontare mettendo in relazione chi osserva i processi produttivi, chi progetta la formazione e chi governa i sistemi di riconoscimento. Le imprese possono portare ciò che sta emergendo nel lavoro; gli enti formativi possono contribuire a interpretarlo e accompagnarne lo sviluppo; le istituzioni possono sostenere il raccordo tra questi cambiamenti e i riferimenti del sistema. Per questo l’IVC pone anche una domanda sulle relazioni e sulle responsabilità che permettono al riconoscimento di essere concretamente utile.

Le domande da portare al workshop

Il 6 ottobre proveremo a tenere insieme queste prospettive. Con Valentina Ferri di INAPP guarderemo alla domanda di competenze e alle transizioni professionali legate all’intelligenza artificiale. L’intervista a Federico Fraboni dell’Università di Bologna ci porterà dentro il rapporto tra persone e tecnologie, considerando anche carico cognitivo, fiducia e progettazione del lavoro. Sono aspetti che aiutano a comprendere quali capacità diventano necessarie quando cambiano strumenti e processi. La tavola rotonda condotta da Giulia Calvaruso, con Davide Premutico e Rita Porcelli di INAPP e Anna Tancredi di INDIRE, collegherà questa lettura all’evoluzione di politiche, modelli professionali e riconoscimento delle competenze. Il programma prevede inoltre un approfondimento sull’IVC nella qualificazione e nella formazione finanziata con Cristina Marino e Vincenzo Bennato.

Alla community proponiamo di arrivare con un caso, anche piccolo. Quale competenza hai visto emergere nel lavoro senza che trovasse una descrizione adeguata? Può riguardare una persona che ha assunto nuove responsabilità, un gruppo che ha imparato a collaborare diversamente o un’attività che oggi richiede capacità prima considerate marginali. Non occorre presentarsi con la soluzione già confezionata: una difficoltà ben raccontata può dare al confronto un punto di partenza molto concreto. Il workshop sarà l’occasione per ragionare su come collegare questi apprendimenti allo sviluppo professionale e su quali condizioni aiutino formazione, imprese e sistemi di qualificazione a farlo insieme. Cominciando dalle persone e dal lavoro che svolgono, che di solito hanno parecchio da raccontare prima ancora di trovare la casella giusta.

📩 Per ricevere maggiori informazioni sul Servizio di Qualificazione e partecipare all’evento, contattaci subito a: staff@innovazioneeapprendimento.it

fondimpresa formazione Prassi Uni qualificazione UNI/PdR 116:2021
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