
IVC: prepararsi mentre il sistema prende forma
Il percorso di Qualificazione per Fondimpresa 2026 apre un doppio appuntamento sull’Individuazione, Validazione e Certificazione delle competenze: prima capire cosa sta cambiando, poi provare a capire come farlo funzionare.
Sull’IVC non è ancora tutto definito, certo, ma non è più possibile aspettare che lo sia per iniziare a prepararsi. È questa la posizione più utile da assumere oggi: non rimandare l’IVC a un futuro ancora lontano, ma nemmeno considerarlo un sistema già completamente definito. Il quadro si sta componendo mentre comincia a essere applicato. Il D.M. 115/2024 ha coinvolto direttamente i Fondi interprofessionali, Fondimpresa ha adottato Regolamento Quadro e Protocollo metodologico e, mentre alcune disposizioni sono già operative, altre entreranno progressivamente a regime.
Dentro questo cambiamento, l’introduzione del Responsabile IVC assume una funzione precisa, perché porta dentro il processo un presidio capace di collegare standard, progettazione, valutazione, evidenze e attestazioni, rendendo più coerente e tracciabile il processo stesso. La sua presenza è un segnale chiaro della direzione intrapresa: rende evidente quanto l’IVC non sia considerato un nuovo adempimento ma stia piuttosto incidendo progressivamente sulla struttura e sulla grammatica di funzionamento della formazione finanziata, richiedendo maggiore coerenza tra le diverse fasi e tra le professionalità coinvolte.
Prima di capire come certificare, dobbiamo capire cosa sta cambiando
È con questa consapevolezza che il 6 ottobre, nel primo dei due workshop del percorso di Qualificazione per Fondimpresa 2026 dedicati all’IVC, abbiamo scelto di partire dallo scenario. Prima di entrare nelle procedure, serviva infatti capire come stanno cambiando il lavoro, le competenze e gli strumenti con cui proviamo a descriverle e riconoscerle.
L’impatto dell’IA sulle professioni e sulle persone
Valentina Ferri di INAPP ha mostrato quanto sia fragile l’idea di leggere l’esposizione all’Intelligenza Artificiale come una semplice misura del rischio di sostituzione. Responsabilità, conseguenze dell’errore, necessità di comunicazione e supervisione umana modificano infatti profondamente gli effetti della tecnologia sulle diverse professioni. Le ricerche presentate evidenziano inoltre differenze tra settori, territori e genere, dal momento che alcune occupazioni a maggiore esposizione presentano una forte componente femminile. Ancora più rilevante è il possibile “debito di talento” legato alle nuove generazioni: se l’automazione riduce gli ingressi nelle posizioni junior, nel tempo potrebbe indebolirsi proprio quel percorso di esperienza attraverso cui si formano i professionisti capaci di supervisionare criticamente sistemi sempre più automatizzati.
A questo quadro si aggiunge l’analisi INAPP di circa un milione di annunci di lavoro, utilizzata per osservare quali competenze tecnologiche siano già richieste dalle imprese e collegarle alle attività dell’Atlante del Lavoro. L’obiettivo di trasformare questi dati in strumenti dinamici consultabili apre una prospettiva particolarmente interessante per gli enti, perché consente di avvicinare l’analisi dei fabbisogni alle trasformazioni reali del mercato del lavoro e di aggiornare con maggiore precisione progettazione e offerta formativa.
Il paradosso (o l’irony) dell’automazione
Federico Fraboni dell’Università di Bologna ha portato il ragionamento dentro le organizzazioni, mostrando come l’introduzione di una tecnologia trasformi il lavoro insieme alle informazioni da osservare, alle decisioni da assumere, ai livelli di autonomia e alle responsabilità. Diventa così una competenza anche saper calibrare la fiducia nei sistemi e riconoscere quando è necessario intervenire. È qui che emerge l’“Irony of Automation”, paradosso studiato già dagli anni Ottanta, per cui l’automazione assorbe le attività più semplici e lascia alla persona proprio le situazioni più rare, anomale e quindi anche più complesse. Il carico cognitivo si sposta quindi verso supervisione, interpretazione e gestione dell’imprevisto, aprendo una questione importante anche per l’IVC. Saper usare uno strumento racconta infatti molto meno della capacità di governarne il funzionamento dentro un processo di lavoro.
Anticipare le competenze, ricomporre la governance
Davide Premutico di INAPP ha spostato l’attenzione sulla capacità del sistema della formazione continua di anticipare i fabbisogni, partendo da un dato decisivo per chi progetta formazione: guardando a ciò che è avvenuto negli ultimi cinque anni, le competenze cambiano molto più rapidamente delle professioni. Da qui individua due direzioni complementari per l’anticipazione dei fabbisogni:
- la costruzione di infrastrutture di Labour Market Intelligence, capaci di integrare dati, archivi amministrativi e informazioni qualitative per rendere più leggibili le trasformazioni in corso e aiutare la programmazione;
- l’uso (strategico e non utilitaristico) delle politiche pubbliche e dei finanziamenti per accompagnare imprese e lavoratori verso le competenze emergenti prima che il mismatch diventi strutturale.
Se la prima strada serve a individuare e rendere leggibile il futuro fabbisogno; la seconda mobilita risorse e comportamenti per preparare persone e imprese a quel fabbisogno.
Questo richiede anche una governance capace di ricomporre un sistema italiano molto articolato (multilivello), nel quale Ministeri, Regioni, parti sociali, imprese e Fondi interprofessionali osservano spesso lo stesso cambiamento da livelli diversi. Questa articolazione consente di leggere i fabbisogni da prospettive diverse, ma rende più difficile costruire una risposta unitaria quando il cambiamento ha una portata globale. Da qui la necessità di rafforzare luoghi comuni di confronto e di avvicinare progressivamente il sistema a una formazione più personalizzata. Nel confronto richiamato con la Francia, dove strumenti come gli Individual Learning Account collegano assessment, orientamento, percorsi formativi e riconoscimento degli apprendimenti, Premutico osserva come l’Italia parta da un modello storicamente più centrato su sistemi, reti e aziende e abbia ancora strada da fare sul terreno dell’individualizzazione. Una questione che diventa ancora più rilevante di fronte a una forza lavoro relativamente anziana e a bisogni molto differenziati, che richiedono anche apprendimento esperienziale, simulazioni e occasioni concrete di sperimentazione.
Nella chiusura Premutico ha poi aperto una questione forse meno immediata, parlando dell’“animismo” con cui tendiamo a raccontare la tecnologia, quasi fosse un soggetto autonomo rispetto alle decisioni di chi la sviluppa e la governa. Dietro questa rappresentazione resta invece aperto un problema molto concreto per il sistema formativo, legato a chi sarà capace di trasformare le nuove tecnologie in conoscenze codificate e, successivamente, in competenze insegnabili e riconoscibili. Se questo processo rimane concentrato nelle grandi aziende tecnologiche, scuola, università e formazione rischiano di perdere una parte della propria funzione di mediazione; la difficoltà già evidente nel reperire formatori realmente esperti di IA è, secondo Premutico, uno dei segnali di questa fragilità.
È proprio su questo passaggio che il tema degli standard acquista peso. Tradurre una tecnologia nuova in competenze richiede riferimenti capaci di dare forma e stabilità a conoscenze che stanno ancora evolvendo, rendendole osservabili, confrontabili e riconoscibili nel sistema IVC. Resta però una difficoltà evidente: se quei riferimenti inseguono il cambiamento troppo lentamente, il rischio è arrivare a certificare con grande precisione qualcosa che il lavoro ha già superato.
Progettare standard per “futuri possibili”
Anna Tancredi di INDIRE ha affrontato proprio il problema di come costruire standard professionali capaci di restare utili mentre il lavoro cambia rapidamente. Trend, dati e classificazioni delle competenze future diventano in questa prospettiva segnali da interpretare e tradurre dentro processi, compiti, responsabilità e risultati organizzativi. È da qui che nasce la sua idea dei “futuri possibili”, che invita le organizzazioni a prepararsi a scenari diversi e a investire su competenze trasferibili, come capacità di apprendimento, adattabilità, interpretazione, decisione e gestione dei problemi.
Per costruire standard che reggano nel tempo, Tancredi propone di:
- partire dal lavoro reale: processi, attività, responsabilità devono essere osservate nel mentre accadono;
- distinguere i nuclei più stabili dagli elementi legati a tecnologie contingenti: le capacità restano, gli strumenti cambiano;
- monitorare continuamente ciò che accade nei processi: verificare sia quanto le competenze descritte abbiano realmente impatto sia il loro cambiamento nel tempo.
La domanda decisiva diventa allora quanto una nuova competenza incida davvero su attività, responsabilità e risultati, prima di trasformarla in un nuovo riferimento professionale. In questo senso lo standard smette di essere una fotografia definitiva e diventa uno strumento da sottoporre periodicamente alla prova dell’organizzazione.
La stessa logica ritorna nel suo “giardiniere lunare”, immagine provocatoria di un lavoro futuro costruito come un mosaico di apprendimenti e micro-certificazioni che possono ricombinarsi nel tempo. Da qui deriva anche un metodo molto concreto per gli enti, fatto di individuazione, interpretazione, confronto con le persone, sperimentazione, verifica dei risultati e revisione delle decisioni. Gli standard servono così a orientare lo sviluppo professionale e la progettazione, mantenendo aperta la possibilità di correggere la rotta quando il lavoro cambia davvero.
Dall’Atlante alla storia professionale della persona
Su questa scia, Rita Porcelli di INAPP ha riportato l’attenzione sull’Atlante del Lavoro e delle Qualificazioni, costruito per descrivere il lavoro attraverso processi e attività e individuare quei “nodi comuni” che permettono di collegare apprendimenti, qualificazioni e lavoro reale. In questa prospettiva l’Atlante diventa uno strumento da utilizzare già nella lettura dei fabbisogni e nella progettazione, per capire cosa osservare, quale risultato attendersi e rispetto a quale riferimento rendere leggibile una competenza.
Porcelli ha ricordato però quanto la competenza resti un oggetto complesso, che possiamo scomporre per esigenze di progettazione e valutazione e che, nell’azione, torna inevitabilmente a ricomporsi. L’esempio della bicicletta rende bene l’idea: mentre pedaliamo non gestiamo separatamente il piede che spinge sul pedale, la mano sul manubrio, lo sguardo sulla strada e l’equilibrio; tutte queste componenti concorrono alla stessa azione competente. Lo stesso vale nel lavoro, dove conoscenze, capacità operative, decisioni e adattamento al contesto agiscono insieme. C’è poi un tema di tempo: personalizzare davvero un percorso richiede di ricostruire la storia professionale della persona e gli apprendimenti già acquisiti, anche attraverso strumenti come il Documento di trasparenza, e questa ricostruzione richiede tempo proprio mentre il cambiamento chiede risposte sempre più rapide. Il lavoro finisce così per procedere su due velocità, accompagnando nell’immediato l’aggiornamento delle competenze e costruendo, con maggiore profondità, quella conoscenza della persona che permette di individuare i gap reali e orientare la formazione successiva.
Mettere l’IVC al lavoro
Il 6 ottobre ci ha lasciato una mappa abbastanza precisa delle questioni con cui gli enti dovranno confrontarsi. Come cambiano le attività, quali competenze emergono, quanto rapidamente gli standard riescono a rappresentarle, in che modo l’Atlante può aiutare a leggerle e come tenere insieme fabbisogni, formazione, evidenze e riconoscimento degli apprendimenti.
Cristina Marino di Innovazione e Apprendimento ha riportato questa cornice dentro il percorso di Qualificazione per Fondimpresa, chiarendo che l’IVC entra in un ciclo formativo nel quale già convivono analisi dei fabbisogni, progettazione, gestione, valutazione e nuove professionalità. L’introduzione del Responsabile IVC va quindi letta dentro questa rete di relazioni e rende necessario lavorare sull’interazione tra i diversi profili dell’ente. Il 6 ottobre ha rappresentato, nelle sue parole, una fase di contestualizzazione; i passaggi successivi dovranno entrare nei riferimenti applicativi e nei servizi di individuazione, validazione e certificazione delle competenze.
Vincenzo Bennato di S3.Studium ha già iniziato a mostrare dove questa impostazione può diventare operativa, richiamando il report di autovalutazione, gli strumenti di supporto all’analisi dei fabbisogni e soprattutto la connessione tra Responsabile IVC, progettista e altre figure del sistema di qualificazione. Il punto è trasformare l’analisi dei fabbisogni da dichiarazione iniziale a processo capace di alimentare progettazione, valutazione e sviluppo delle competenze, dentro una formazione finanziata che si sta spostando verso una logica sempre più qualitativa.
A questo punto la sola analisi comincia a starci stretta. Nei sistemi in trasformazione arriva inevitabilmente il momento in cui un’architettura formalmente sensata deve essere messa alla prova dei contesti reali, dove ruoli, strumenti, tempi e informazioni raramente si dispongono con la precisione rassicurante di uno schema. È proprio in quella distanza che la sperimentazione diventa utile, perché permette di capire cosa funziona, cosa va adattato e quali condizioni servono perché il processo regga davvero.
Il 27 ottobre, nel secondo appuntamento di Qualificazione per Fondimpresa 2026 dedicato all’IVC, il lavoro ripartirà da qui e si sposterà sul terreno dell’applicazione. Entreremo nel funzionamento del processo, nelle sperimentazioni che stanno prendendo forma, nel rapporto tra standard, evidenze e progettazione e nelle modalità con cui le diverse professionalità dell’ente dovranno coordinarsi. È il passaggio già anticipato durante il primo incontro, pensato per portare il percorso dall’inquadramento alla dimensione applicativa.
Pensare di chiudere tutte le questioni aperte dell’IVC in un webinar di due ore sarebbe un programma piuttosto ottimistico. Arrivare invece al 27 ottobre con domande migliori, strumenti da mettere alla prova e una maggiore consapevolezza dei processi significa già cominciare a prepararsi mentre il sistema prende forma.
Il prossimo passaggio sarà quindi mettere l’IVC al lavoro, osservando cosa accade quando standard, evidenze, ruoli e progettazione entrano finalmente nello stesso processo.
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